Diario?

Pordenonelegge.it: "Scrivere l'immediato" (Ogni settimana, per il Diario degli scrittori, ha preso il mouse uno scrittore diverso. Io l'ho tenuto l'ultima settimana di aprile del 2004)
DIARIO?
Mai tenuto, un diario. E' vero che in realtà, da anni, non faccio altro: ogni racconto, articolo, intervento nei forum, nasce da un diario mentale. Ma è un diario sotto editing: si aggiusta, si cambia, si inverte, si confonde. I diari veri sono quelli buttati giù come viene viene, assomigliano all'Agenda Mieli sul Foglio: abbreviazioni, nomi conosciuti solo a chi scrive, frasi lasciate a metà, appunti di cui neanche il compilatore, dopo un po', capirebbe qualcosa, validi solo come gioco enigmistico di società. Insomma, i diari in rete sono un falso. La gente crede di guardare nella testa - o nel cesso - di chi scrive, e invece è tutto leccato, impostato, come nei reality show.
Ciò non toglie che la rapidità obbligata li renda abbastanza immediati. Abbastanza per farti sentire esposto, forse più di Simenon quando scrisse quel suo giallo ben esposto in vetrina. Era esposto il suo corpo ma lo scritto, nei giorni, poteva essere modificato, abbellito. Qui, invece, non c'è molto tempo. E non sai se è giusto annotare ciò che trovi rilevante, o divertente, o se sia più onesto appuntare tutto, senza neanche tentare di cogliere un filo o dare un senso, col rischio di ammucchiare un sacco di noiosissimi particolari.
Ci sarebbero le scorciatoie: postare vecchi pezzi, poesie, abusare dei link fino a farne un blog da giornalista. Non è detto che non lo faccia ma vorrei tentare l'onestà del diario vero e proprio. L'onestà di Flavio Santi, per esempio, che ci ha raccontato i cazzi suoi. Letteralmente. Magari se li è inventati ma se lo ha fatto merita ulteriori applausi. Non so se sono poi così pronto a denudarmi, però vorrei almeno evitare l'eccesso opposto: tenermi a distanza come Ornella Vanoni al microfono.
Partiamo dal weekend, un weekend schizofrenico che è un perfetto concentrato non solo della mia quotidianità ma anche la condizione di queste terre: la contraddizione. La compresenza, e mai la compenetrazione, di alto e basso, incanto e squallore, terzo millennio e atavismo.
SABATO I
Sono stato ospite in una tenuta da sogno, con antica casa padronale, cappella, frantoio ipogeo e altri corpi di fabbrica tipici delle masserie fortificate pugliesi, quelle masserie che milanesi, americani e australiani ci vanno rubando e che è meglio se ce le rubano perché gli stupri che riescono a perpetrare i locali nessun altro popolo riesce a concepirli.
Da sogno, dicevo, perché questo, come chiamarlo, agriturismo no che è sputtanato, azienda no perché c'è anche il bed e breakfast, insomma questo luogo denominato Il Frantoio tra Ostuni e Fasano, non ha assolutamente nulla di particolare se non la mancanza di qualsiasi particolare di rilievo. E' semplicemente il paradigma del possedimento nostrano così come si è venuto stratificando negli ultimi cinque secoli. Cosa c'è di entusiasmante in un cappella quasi spoglia (ma con magnifici santi e madonne di cartapesta) con i banchi fatti di legno da traversine? Cosa c'è di straordinario nelle pavimentazioni di chianche (le bianche pietre dure della puglia murgese)? Cosa c'è di singolare nel bianco dei fabbricati, nelle due colonne che reggono un terrazzino davanti all'ingresso padronale?
Bisogna essere di qui, o abitarci un po', per comprendere l'inarrivabile raffinatezza dell'opera degli avi, apprezzare la differenza di dieci gradi (in più) rispetto al piazzale, che si ritrova nell'apàru (appezzamento recintato da alti muri che protegge un agrumeto dalla tramontana) che conserva incredibilmente, i canali di irrigazione in pietra, e i dieci gradi in meno del giardino posto a livello più elevato e aperto alla tramontana che viene dall'Adriatico, a tre chilometri (queste colline, decenni fa, furono scelte per costruire un sanatorio). Bisogna far mente locale per comprendere quanto sia raro che un minuscolo giardino come questo sia rimasto minuscolo, che non abbia dovuto subire l'invasione di decine di piante esotiche, che abbia conservato la sobrietà dei giardini del passato e lasci spaziare lo sguardo sugli oliveti della collina a sudovest.
Bisogna starci, in questo posto dove i proprietari non hanno voluto altre stanze da offrire che non fossero quelle nove, dieci, che fanno parte della loro stessa casa e si rifiutano di far da mangiare (magari con papaveri fritti nelle pietanze e con fiori dell'albero di Giuda nell'insalata e con paté di ampasciuni - insensata una traduzione - in attesa di un rosolio di foglie d'ulivo) per più di quaranta persone. E bisogna essere stati in decine d'altri luoghi apparentemente simili per capire che un luogo molto semplicemente intatto, in questa dannata regione, sta solo nei sogni. Io non ho avuto bisogno di molto tempo: soffrendo da decenni l'avanzare della bruttezza qui intorno, l'ho capito appena imboccato il viale, che non avrei trovato disarmonia in questo posto. Non ho voluto rassegnarmi: per una mezz'oretta sono andato in giro armato del mio temutissimo occhio clinico, poi mi sono arreso: nulla da verbalizzare.
Se andate sul sito del Frantoio troverete che la persona che si è occupata dell'editing vi chiede di scriverle per "consigli e suggerimenti su come liberarsi degli eccessi di forma". Gli eccessi di forma, il peccato capitale della rinascita pugliese, della "Ristrutturazione" dei nostri edifici. Qui ci si preoccupa di non essere stati abbastanza puliti, minimali, leggeri. Anche sul sito. Non so quanti possono comprendere che dietro a certi miracoli (miracolo un paté di ampasciuni? assaggiatelo) ci sono persone nelle quali si assommano decenni di abitudine non alla cultura (spesso un ingombro mortifero) ma alla grazia, alla consapevolezza. Non si tratta solo di rigore filologico. Bisogna credere nelle energie di un luogo, avere una concezione sacrale della vita. Ci vogliono lunghe tradizioni di famiglia. E soprattutto denaro. Non il denaro per "l'investimento" ma l'abitudine al denaro che permette di disinvestire, di non soggiacere all'avidità dell' "ingrandirsi". (continua)
Commenti
Franz Krauspenhaar ha scritto Già, Elio, tu ne avevi scritto su Nazione Indiana, nel tuo pezzo "Il Nuovo diarismo". Mi piace quel discorso sul Simenon in gabbia, che però, se non ricordo male, dopo poco si ruppe i coglioni e se andò a scrivere in luoghi più congeniali alla sua arte di sommo artigiano. Ora, il diario è per eccellenza luogo della privacy più spiediario è proprio il loculo delle proprie sensazioni; oppure è una specie di lista della spesa della propria routine, la routine viziosa appuntata per mettersi in un certo senso il cuore in pace. O è un brogliaccio di sfoghi. Io personalmente per un certo periodo ne ho tenuto uno, che ovviamente ho letto, cioè riletto, soltanto io: era pieno di parolacce, d'insulti a questo e quello, di vaffanculo stronzo e stronza e grandissima puttana. Era un diario delicatissimo di un incazzoso. Poi ho smesso. Invece di andare a farmi salassare il cervello e il portafoglio da uno psicanalista, in quegli hard times (mi) scrivevo le mie cazzate personali. Mi pare sia servito, perlomeno al momento, mentre scrivevo. Ogni tanto vado a rileggermi qualche pagine come consolazione: come stavo male, mi dico; e mi quindi consolo di conseguenza. Il diario intimo portato al pubblico... E' questo il blog? Appunti sparsi, buttati, calpestati, fritti e triti. Qualcuno -credocopiaincolla; qualcun altro si mette in mostra. Al fondo credo ci sia un bisogno estremo di comunicare, di comunione senz'ostia, senza chiese, senza ritrovi. Pigrizia mista a bisogno impellente di sviscerarsi. Ma sono d'accordo che spesso questo è lo svicerarsi di un reality show. D'altra parte, una conversazione tra più di quattro persone è cospirazione o perlopiù teatro. La conversazione più vera, secondo me, è quella che si svolge tra due persone. Il tu per tu. magari si può fingere di più, ma si recita di meno. Non ho le idee chiare. Meno male. E' da ubriachi che le conversazioni assumono connotati più divertenti. Allenatondosi i freni inibitori diventiamo più veri, come siamo più veri di notte. Ubriacarsi di notte è il massimo. Una proposta: perchè non mettere in piedi un blog nel quale di DEVE scrivere, per statuto, solo da sbronzi? Il primo che mette una frase di senso compiuto senza errori ortografici o di sintassi verrebbe automaticamente sbattuto fuori...
Marco Candida ha scritto Ciao, Elio! Buona settimana, questi due primi pezzi mi piacciono molto.
Malatesta ha scritto Caro Elio, ho sbirciato qualcosa, ma torno a casa (e al mio computer) solo mercoledì. Da allora ti seguirò meglio...
SABATO II
L'occasione, manco a dirlo, era letteraria: l'Editore Laterza, tra le sue iniziative per il "Presidio dei libri" ha voluto "Gli scrittori in masseria". A questa masseria è toccato Piergiorgio Odifreddi, introdotto da Luigi Quaranta, caporedattore cultura del Corriere del Mezzogiorno. Notazione personale (che ancora non ne ho messo nessuna e questo sembra un comizio, non un diario intimo): se non era per quest'occasione, propiziata tra l'altro dall'apprezzamento dei padroni di casa per un articolo che avevo pubblicato, ancora non conoscerei la faccia del responsabile della pagina a cui collaboro ormai da anni, per intenderci uno che vive a Bari (107 chilometri da casa mia) e d'estate sta in un trullo alla Selva di Fasano (non più di 45 km). Né avrei visto quella dell'editore della BESA, ottima piccola casa editrice i cui libri ho avuto il piacere di recensire, che guardacaso sta a Nardò, cioè al paese di mia moglie (ottimi questi dettagli autobiografici che se no i passanti si scocciano).
Viva Internet, abbasso Internet. Ma posso davvero prendermela con Internet per questa mancanza di contatti umani, o mi tocca confessare pigrizia e selvatichezza?
Odifreddi è persona squisita, spiritosa, adattissima ai convivi (anche se non beve): ogni tanto si alzava e proponeva un paradosso, da quelli storici a quelli paratelevisivi. Piacevolissimo, dicevo, ma da un po' gli scettici alla Piero Angela mi annoiano, e uno dei paradossi offerti era sulla religione (e va benissimo, non penso per niente che si debbano lasciar stare i santi) ma poi si è sentito in dovere di dichiarare il suo anticlericalismo e io comincio a scocciarmi di quella che mi sembra una battaglia di retroguardia. Anche GBG, mio idolo per "Povera santa, povero assassino", mi sembra sia il caso inizi a farne qualcun'altra di battaglia: sto cominciando a pensare seriamente che l'unica saliva che ha tenuto incollato questo scoppiatissimo paese sia quella, stentata, dell'ostia in bocca. Sì, lo so, è stata oscurantismo e oppressione, bigottismo, sessuofobia e ipocrisia. Ma vi rendete che in giro è pieno di gente che rivuole Baffone (ormai Barbone) per quelle mandrie di iracheni allergici alla democrazia?
Per i passanti: questa non è una tesi politica, né spirituale: sono rimuginii miei. Se li dovessi formalizzare, vi avvertirò
Al tavolo dove mi hanno infilato non si è parlato di Berlusconi ma di vini, di olfatto e del progetto di una Caciottoteca. Non ho molto da dire: quando stai con persone piacevoli in un posto piacevole, non hai voglia di pensare e di scrivere ma di bere. A proposito, ma lo sapete che Taurino (Severino Garofano, in realtà) è riuscito a tirar fuori un riesling da favola, cosa ritenuta molto, molto improbabile? E che se lo abbini col Morbido di caprino alle pere in pratica senti le campane? Impressioni da dilettante, che volete. Voi provatelo, però.
DOMENICA
98 % di umidità. Una pianura padana. Giornata piovosa, niente bicicletta e niente zappare alla casa di campagna. Doccia, barba, ceretta nasale (ma sì, scherzo, l'ho presa da Guia Soncini che sul Foglio ne ha scritto una delle sue, ieri). Oggi invece compro solo il Corriere, poi passo da mia madre (siamo duri di testa, in famiglia: lei a 94 anni vuol vivere da sola, come sempre) e poi mi tocca andare a girare il filmino di un battesimo (sono il Fotografo Ufficiale di famiglia). Ecco, appunto, il battesimo. L'inevitabile discesa, la nemesi, il contrappasso, l'orribile realtà, la vita vera.
L'oggetto più significativo che avevo visto il sabato, il più rappresentativo della filosofia di Rosalba e Armando Balestrazzi, era un cartello abbandonato su un tavolo della sala da pranzo: No dancing, please. E la cena del battesimo, invece, è in uno di quei covi danzerecci che uniscono disinvoltamente marmi, perlinato chiaro, infissi metallici neri, pannelli di polistirolo decorati a cacca di mosca. Immaginate un posto in un paese pugliese (a proposito, scrivo da Latiano, sulla bigia linea di confine tra Salento e tutto il resto che corre da Brindisi a Taranto, anzi viceversa) che si chiama La Calabrese ma viene indicato come "alli capannuni". Danze dunque, ovvero musica assordante e continua. E dire che uno dei due aguzzini sulla pedana suona la fisarmonica, e neanche male. Ma su tutto, per quattro ore (di più non ho resistito) i bassi della batteria elettronica. Il cibo, vabbè, mica ne faccio una questione, ma la luce, la luce, la luce. La luce che c'era in quell'angolo (il migliore che si potesse scegliere del resto, che nonostante l'illuminazione e la corrente d'aria della porta d'ingresso almeno era alle spalle dei diffusori). L'inferno dev'essere così, grigioverdastro.
LUNEDI'
Dovrei concentrarmi per ripercorrere i gesti quotidiani, le azioni del mattino. Non i pensieri, che pensieri non ne ho: di primo mattino la corteccia frontale è in stand-by. Qualche pensiero comincia ad affacciarsi in macchina se sono su radiotre per la lettura dei giornali, di solito l'unica informazione radiotelevisiva della giornata, perché i telegiornali li evito, no, non è vero che li evito, non devo fare quello sforzo: capito di rado davanti alla televisione, e certo non ci sto in occasione del pranzo o della cena (o meglio è Lei che non mi sta davanti, perché è da sempre bandita dalla cucina). Succede che qualcosa mi colpisce e faccio considerazioni che occorrerebbe sviluppare su carta. In genere non ne faccio niente. Quando cominciano le telefonate degli ascoltatori di solito sono già in ufficio ma non mi perdo nulla, credo, perché qualche volta che ero in ritardo mi sono reso conto che la gente non fa domande ma comizi.
Devo spedire una Wind di quelle nuove gratuite a mio figlio perciò vado nel negozio per l'ufficio qui dietro a cercare una busta imbottita. Il titolare è un amico, biondo e con gli occhi celesti, completamente diverso dai due fratelli bruni che gestiscono il bar più avanti, il "nostro" bar, quello della pausa. Mi chiede il telefono di un collega. Ce l'ha con questo collega perché ancora non gli ha pagato della roba ma soprattutto perché il collega, una sorta di gnostico, compie un'operazione a parer suo diabolica, riempiendo la testa a gente di poco discernimento coi vangeli apocrifi e la chiesa qui, la chiesa là. Ma che gli ha fatto la chiesa? L'amico è un fervente cattolico, chiaro, ma come sempre quando si eccita allarga il discorso e parla delle profezie che si stanno avverando. Bisogna interpretarle le profezie, dice.
Appunto, dico io.
Basta saperle interpretare.
Andiamoci piano con le interpretazioni.
Ma basta usare la ragione.
No, la ragione non c'entra proprio. Anche perché me l'hai detto tu che se non avessi avuto certe esperienze, non avresti questa fede. E tutti gli amici ferventi che ho mi hanno parlato di un fatto, di un'esperienza, in genere un'esperienza di cui non amano parlare, io infatti non sono ancora riuscito a conoscerne nessuna (il che depone bene, perché un'esperienza davvero intima e intensa come fai a raccontarla che già risulterebbe difficile a Santa Teresa o a Tolstoi).
Alla fine raggiungiamo un accordo sul fatto che la ragione aiuta e il discorso scivola su San Pio e io mi chiedo di cosa stia parlando: ancora non ho associato la santità a Padre Pio. E non perché il "San" accresca ma perché ammoscia. Padre Pio mi piaceva (forse dovrei usare il presente dato che lui, pare, è ancora presente da queste parti col suo intenso - e selettivo, perché lo sentono solo alcuni - profumo floreale) per questo suo monachesimo brusco e rozzo, privo di qualsiasi svenevolezza. Santo e pio messi insieme elevano il tasso zuccherino e lo dico con grande rispetto per l'uomo. Inoltre avrei da fare e taglio corto.
Ad uso dei passanti potrei descrivere qualcosa della vita d'ufficio ma si tratta di situazioni così usuali che non mi sognerei mai di annotarle su un diario vero e ci tengo a far finta che questo sia un diario.
Rileggendomi - e rileggersi bianco su nero è un'esperienza orrenda per gli occhi - mi rendo conto che l'unica cosa luttuosa è lo sfondo di questo sito. Che questo mio cazzeggio, insomma, è piuttosto frivolo, potrebbe essere stato scritto da un giovane autore giovanilista. La cosa mi fa sentire in colpa: non avevo dichiarato che avrei cercato di imitare lo spudorato e sofferto intimismo di Flavio Santi? Sono un inguaribile superficiale, dunque?
Forse mi spaventa l'intestazione di questo spazio. Nei libri mi metto molto più a nudo ma, si sa, è narrativa, baby: non te l'hanno spiegato che il narratore è un essere inventato, che non ha nulla a che vedere con l'autore? Perciò sei coperto. Qui, invece, anche se t'inventi tutto, anche se ti travesti come un contaballe da chat, si presume che sulla pagina (sulla schermata, cioè) si possa toccare l'uomo: niente trucchetti delle tre carte con Autore, Narratore e Protagonista.
Così, anche se mia moglie ci rimarrà male, non sbatterò sul post il mio affetto, come invece ha fatto Santi. Mi terrò sulle mie. Oppure, andando avanti, diverrò meno timido, vedremo.
A proposito di frivolezza, c'è una questione "teorica" che mi preme: trovo che spandere tristezza sia un peccato mortale. A partire dal galateo: non si affliggono gli interlocutori con i propri malanni. Lo stesso Leopardi stemperava tutto con l'ironia, soprattutto con l'autoironia. Il dolore, il grigiore, nelle grandi opere non vanno mai da soli. Anche quando può sembrare che sia così, c'è sempre uno scatto, una vivacità della prosa, una contraddizione sotterranea, insomma, la tristezza non è mai l'effetto finale. E "triste" accostato allo stile non è un aggettivo dispregiativo? L'unica vera novità di certa letteratura contemporanea mi sembra che sia proprio la ricerca di un'aura di tristezza. Grigiore che si aggiunge a grigiore.
Tempo fa Giulio Mozzi elencò da qualche parte una serie di requisiti che lui auspicava nelle scritture. Mi trovai d'accordo su tutti ma l'ultimo aggettivo era "triste". A costo di sembrare la critica cinematografica impersonata dalla Cortellesi, gli chiesi in una mail: ma perché mai la prosa dell'avvenire dovrebbe essere triste? Attendo ancora risposta.
Beh, sarò pure frivolo ma, come vedete, in questo diario faccio almeno una cosa come i grandi: agli appunti mondani alterno alte riflessioni sulla tecnica letteraria.
Cosa annotare più? Certo, alcuni ambienti, o incontri, potrebbero risultare molto interessanti, se ben descritti, ma ora non mi stimolano. Perciò, dopo un sacco di schermo da P.C., di e-mail e di telefonate mi predispongo a un po' di coma televisivo.
MARTEDI'
Oggi niente da annotare.
Cos'è, vi scandalizzate? Ma se questa frasetta l'hanno annotata avventurosi condottieri, esploratori accerchiati dai selvaggi del Borneo, navigatori minacciati dalle tempeste, letterati attorniati dai grandi della letteratura, dandy corteggiati da teste coronate, potrò ben permettermela io. Io che l'emozione più violenta che ho provato stamattina assomiglia a quella resa cinquant'anni fa da Mario Benedetti (intendendo il grande uruguaiano, anzi uruguagio, chi è che diceva così, Gianni Brera?):
Yo digo no?
Esta mano
Que escribe mil doscientos
y transporte
y Enero
y saldo en caya
que balancea el secante
y da vuelta la hoja
questa mano contratta nella necessità
perché arriva la scadenza
e non c'è cristo
che somma cifre di altri
assegni di altri
che in verità appartiene ad altri
ma dico io
questa mano
con me
che cazzo c'entra?
Qué carajo tiene que ver conmigo? Va bene, Benedetti descriveva il contabile che oggi non esiste più, quello della fatica proprio fisica, ma chiunque stia in un ufficio, anche un funzionario di livello non infimo, se ha la testa un po' meno quadrata del necessario e il culo un po' più morbido della pietra, come volete che la guardi quella mano? E quegli occhi sui decreti legge e sulle circolari come se li sente? Come se gli avessero spalancato le palpebre con le pinze, ecco come se le sente.
Poi diventa fatica anche scorrere le pagine più belle, anche i versi di Benedetti.
Perché dico questo? Perché non riesco più a trovare la disposizione giusta per la lettura. Perché nei tempi strappati al giorno non puoi che leggere articoli, introduzioni, messaggi e blog. Ma i libri, i libri veri io li so leggere solo a letto.
Sono decenni che non riesco a leggere da seduto, neanche nelle migliori condizioni, quelle prescritte da Calvino in "Se una notte d'inverno...". Devo essere completamente rilassato, il sangue non deve trovare ostacoli, il mondo deve scomparire, il sole deve smettere di esercitare la patria potestà. Allora entro dentro il libro con il collo nella posizione del tuffatore, l'angolo della fronte giusto per l'impatto, mi infilo completamente e resto lì a planare.
Restavo, perché adesso la notte è breve e per leggere devo rinunciare per forza a qualcosa d'importante. Penso che fra un po' rinuncerò del tutto a leggere, che poi è la condizione migliore per scrivere qualcosa di serio, di organico.
Commenti
Alessio ha scritto Ti saluto vicino ;)! Comprendo quello che scrivi riguardo alla lettura e ai suoi tempi: lo vivo anch'io. Però davvero credi che per scrivere qualcosa di serio e organico sia necessario smettere di leggere? Buona settimana, alessiobessere
alberto ha scritto: necessario no, però si legge di meno, e si scelgono le letture in base a quello che si scrive. insomma è complicato, non si legge mai solo per leggere, o almeno questa è la mia esperienza...
Franz Krauspenhaar ha scritto: Caro Elio, non è che i blog, la scrittura "rapida", le email ci prendono un pò troppo tempo per la lettura più pura e dura, quella dei libri? Me lo chiedo anch'io, cronometro alla mano. Anch'io riesco a leggere davvero, tuffandomi, solo da sdraiato. E non deve (o quasi) ronzare una mosca. Non ti dico per scrivere... Il mio secondo libro l'ho scritto proprio da sdraiato, su una serie di bloc-notes a quadretti. E' un libro pieno di rabbia. Fossi stato seduto, ho l'impressione che non sarei riuscito ad essere altrettanto "cattivo". Ho il computer dal 2001. E tornare alla penna (se non d'oca, perlomeno alla Bic Cristal) non è più possibile. La mano si stanca troppo, come quella di Benedetti.
Non credo che si debba rinunciare a leggere per poter scrivere qualcosa di serio. I bei libri secondo me sono benzina per la scrittura e, per la mia esperienza, t'influenzano soprattutto in fase di scrittura "organica". E' un metodo-non-metodo. Va tutto a naso e a fortuna. Se becchi il libro giusto quello che scrivi ne verrà influenzato per il meglio. Forse. Non avendo metodi certi su nulla, non so dire se questo, alla fin fine, funziona davvero. Ma a me fa piacere fare così. Niente metodi, solo fatalismo. Buttarsi (nella scrittura) e via! Ciao! scomparire,
Elio Paoloni ha scritto: Sì, Franz, ma la benzina altrui è pericolosa. Si è già abbastanza influenzati da quello che una volta si chiamava etere (adesso si usa per altre influenze). Ma, soprattutto, ne facevo una questione di tempo. Scrivere ne richiede così tanto che uno che non può viverci, di scrittura, qualche tempo morto lo deve eliminare.
Franz Krauspenhaar ha scritto: Sulla questione di tempo ti do ragione, Elio. Noi che non viviamo di scrittura ma per la scrittura dobbiamo necessariamente eliminare qualche tempo morto e farcelo diventare perlomeno agonizzante...;
MERCOLEDI'
Oggi e domani, vacanza. Da Bisaccia arriva Franco Arminio: domani leggiamo qualcosa di nostro nella sala in tufo con le volte a stella che faceva parte del Palazzo Imperiali. Il sole splende, finalmente, e il morale è alto.
Mai fidarsi. Dei buoni auspici e dei latianesi. Ieri gli imbianchini hanno lavorato fino a tardi nel garage e ho lasciato la macchina fuori, dimenticando di metterla dentro per la notte. Appena scendo vedo la plastica nera dell'armatura dello specchietto guidatore. Me l'hanno urtata, m'hanno scassato lo specchietto! No, hanno delicatamente prelevato la carenatura dello specchietto guidatore (trattasi di Ford Focus Zetec familiare grigio metallizzato, se a qualcuno ne avanza uno faccia un fischio). Vabbé. Mica ci facciamo guastare la giornata da questo. Mentre mi avvio verso il giornalaio incontro Carlo, che è in cima all'indirizzario delle Biblioteca comunale, organizzatrice della serata mia e di Arminio. Ricevuto? No, non l'ha ricevuto l'invito. Che succede?
Devo fare due raccomandate, anzi tre, così approfitto per informarmi. Dico informarmi perché a protestare manco ci penso. E mi informano: hanno quattro postini in meno, uno è cascato dallo scooter un'ora fa. Hanno arretrati ("roba seria" sottintende il loro tono, dato che ho spiegato che si trattava degli inviti per una manifestazione culturale) e non possono neppure escludere che domani qualcuno di quegli inviti venga consegnato. Sarei stato più contento se l'avessero escluso categoricamente: almeno avrei potuto prendere altre strade. Ma quali? Se ho accettato di fare questa cosa e di coinvolgere Franco è perché la rogna della promozione se la prendevano loro, Biblioteca e Assessorato. Cosa dovrei fare adesso?
Adesso porto in giro Franco, per mari e per monti e soprattutto per paesi (non sopra i quattromila abitanti) che lui, come tutti sanno, è Docente di Paesologia. Fanculo i ladri di scudi argentei, fanculo le poste e fanculo la Biblioteca, che poteva spedire prima, visto che le poste non funzionano già da tempo. Ma riusciranno i nostri eroi a ritrovare il loro amico Livio Romano, disperso nella sua famiglia antropofaga?
Commenti
Malatesta ha scritto: Ohé Paoloni, sei un maledetto... Stai facendo l'anti-blog, l'anti-diario, di' la verità! La minuzia (e minutaglia) dei tuoi reportages delle tue giornate, con cui fai il controcanto all'intimismo bloggeriano di Santi e soprattutto, mi pare, a certa tendenza dei dari in rete e non, dà fastidio, sì... "Viva internet, abbasso internet" ecc. Stai facendo critica del web, di' la verità! Sei un maledetto.
livio romano ha scritto: elio! quasi mi dimenticavo del tuo diario. bene bene. un attimo soltanto. metto a letto la moglie e le dodici figlie e vengo a leggerti con cupidigia
livio romano ha scritto: tu tieni sette (Ho Detto Sette, chioserebbe Gaetano Cappelli) libri aperti fra la scrivania e il comodino e la mensola del bagno e la borsa da lavoro e il divano. Tu aspetti la sera per farti una trentina di pagine che comunque non servono a un cazzo visto che secondo me i libri vanno letti d'un fiato. Tu hai mangiato i piselli freschi colti dal suocero e cotti dalla mamma (hai mangiato, dico, quelli che le tue figlie hanno lasciato, e cioè, nel complesso, un'ottima porzione cui hai aggiunto scamorza e speck). Tu hai disertato la riunione dei Verdi in cui si doveva decidere se candidare o meno er capo de li ambientalisti alla Provincia. Tu hai incontrato nel pomeriggio 160 genitori cui hai detto parole buonissime Suo Figlio E' Guardi Dolcissimo, E Intelligente, Guardi. Tu hai posato il culo sul divano verde salvia davanti a un poliziesco, e dopo due minuti tu eri bell'e che addormentato rapito letteralmente sognante. Una città del Nord Europa. Architettura fine Ottocento sobria e azzurra. Osservi con ammirazione manco fosse un Hopper. E tua sorella che ti chiama al telefonino con l'accento un po' napoletano, che ti dice A Quello A Mio Marito Non Gli Fanno Far Carriera Perchè Non Riverisce Il Boss Del Quartiere. Tu ti sei svegliato di soprassalto. Un po' stordito da questo sogno rivelatore hai guardato i libri aperti, poi sei entrato nello studio dove c'è il pc. L'hai acceso. Leggere due o tre stronzate sulle mail o sui blog per quindici minuti ti sembra che possa supplire alla tua assenza di lettura. Tu poi ti sei messo a, diomio, postare un messaggio. E ok ok. Ve lo posto, cari i miei onanisti internettici. Ve lo posto e me ne vado a dormire ché è aprile ché faccio il maestro mica le vostre poltroncine ergonomiche i vostri coffee break quelle figone di colleghe che vi ritrovate. Uàntùtrì
alisa ha scritto: Ho ereditato dal mondo un serbatoio di parole che si esaurisce rapidamente
Con quel che resta attendo chi o che mi ucciderà
GIOVEDI'
Gentili lettrici, gentili lettori, gentile gestore,
sospetterete che stia accampando scuse per la mia scarsa produttività, però:
gli imbianchini ieri sera, nel chiudere la saracinesca hanno combinato qualcosa di strano e tutte e quattro le molle si sono spaccate. Dopo inutili tentativi alle undici di sera io e mio cognato (che non è Rubini) ci siamo rassegnati a lasciare le auto in strada. Stamattina ci siamo genuflessi davanti al fabbro che non potrà venire comunque prima delle quindici.
Bene, faccio per dedicarmi a voi e il mio padrone mi dice che non riconosce il mouse. Riavvio inutile. Corsa dal fornitore ma i ragazzi dell'assistenza sono fuori. Recupero un vecchio mouse con la presa seriale, ammesso che si dica così, e riesco a far muovere la freccetta, ma praticamente solo in orizzontale. Dovrei raccontarvi di ieri, siamo stati in posti magici, ma non ho più tempo né voglia.
Vi racconto una sciagura a cui siamo scampati. Mentre si attraversava la strada un biemvù chiaro ha affrontato la curva vicina a ottanta all'ora e ha perso il controllo, avvicinandosi a noi di traverso, ci ha sfiorati - e neanche stare sul marciapiede ci avrebbe salvati - e ha affrontato sculettando l'incrocio successivo. Mio cognato (che non è Rubini) mi ha detto che facevano questo giro fischiante da una mezz'oretta.
A dopo.
Commenti
Ema ha scritto: Mi sembra il caso di chiudere ormai inutili spazi, no? Lo sai bene che c'è almeno un altro modo per impegnare meglio il tempo: siamo animali, qualsiasi contatto intergenerico è in realtà ascrivibile alla categoria delle schermaglie di seduzione o di potere! Ed ognuno applica inconsciamente o meno la sua tecnica. Forza allora! Datevi da fare e spegnete questa inutile distrazione. Lo sappiamo ormai, i blog sono dejavù, non serve la conta della manciata dei vostri commenti!!
Malatesta ha scritto: Ohé, Paoloni, continui su questa linea, eh? "Gentili lettrici, gentili lettori, gentile gestore" ecc. per poi spadellarci i quattro fatterelli di quotidiana routine per nausearci, infastidirci, farci odiare i blog. Di' la verità, il tuo è intento pedagogico, vero? Fai il verso a, vuoi insegnarci che.
E poi c'è il caro Livio Romano. Dico Paoloni, un po' di cortesia, potevi almeno presentarmelo: Livio questo è Malatesta, Malatesta questo è Livio... Ci saremmo stretti la mano (virtualmente, of course). E sia, occasione sfumata. Tanto, caro Livio, prima o poi ti becco, visto che mi è piaciuto tanto il tuo Porto di mare (più di Mistandivò) e, anche se non mi vanno a genio le presentazioni di libri coi donatovalli, augieri, giannone ecc., prima o poi, visto che son leveranese, allungo un piede e ti faccio lo sgambetto e, magari, poi ci facciamo un bicchiere di briosello dei conti zecca.
Vladimiro ha scritto: caro Elio, concordo con la tua teorizzazione, di qualche giorno fa, a proposito della lettura a letto. La estenderei addirittura alla scrittura, a letto. Quando si legge e quando si scrive occorre dimenticare il corpo (fatti salvi, beninteso, quei libri che, come diceva Diderot, si leggono con una mano sola). Ciao
... ha scritto: Sole senz'ombra su virili corpi abbandonati. Tace ogni virtù. Lenta l'anima affonda - con il mare - entro un lucente sonno. D'improvviso balzano - giovani isolotti - i sensi. Ma il peccato non esiste più.
VENERDI'
Uno passa serate intere a blaterare sulla menzogna della letteratura (che ti dà pure modo di citare sussiegosamente Manganelli) e sull'equivoco del linguaggio, di qualsiasi linguaggio, sull'impossibilità di comunicare, di comprendersi. Sono cose da letterati, si fa mostra di problematicità, ci si immette nel "discorso" culturale dominante. Ma dentro, al fondo, rocciosamente, prosaicamente, si resta convinti che un discorso semplice sia sufficientemente comprensibile, e poi, in fondo, che ci starebbero a fare gli scrittori se non a rendere accessibili dei brandelli di verità, fare, sia pur tortuosamente, chiarezza, dar forma all'indeterminato, far luce negli angoletti oscuri, sbrogliare il gomitolo gaddiano?
E poi succede questa cosa strana, che in una situazione fastidiosa scrivi storditamente due veloci parole di scusa, adottando un tono leggero e mondano, come fa uno che vuole giustificarsi graziosamente, e tutti pensano che tu stia facendo chissà quale operazione. Il buon Malatesta, nel segno dei Conti Zecca (eh sì, ognuno qui è legato a una cantina e sono giuste le considerazioni su quelle presentazioni e come si fa a organizzare incontri con Livio che non riesci a berci neanche un caffè insieme e figurarsi se trova il tempo di seguire gli interventi malatestiani in Nazione Indiana), ti attribuisce sofisticate intenzioni decostruzioniste. Emma, in un intervento che non sei certo di comprendere bene (ce l'ha con te o col blog? e se ce l'ha col blog, aspettava giusto te?) parla addirittura di potere, che per uno in balia della sfiga è davvero aggiungere al danno la beffa. Poi ti sembra che voglia comunicarti cripticamente qualcosa, come nel commento al tuo Booksafari su nazione indiana, quando accenna al comprendere gli autori.
Allora si affaccia un'ipotesi: sono i lettori a non capire niente. Ma non puoi crederci sul serio, sai che la responsabilità è sempre dello scrittore, così cominci a dirti che se ottieni l'effetto contrario a quello voluto sei uno scrittore da buttare. Poi ti dici: se le tue cose sono soggette a diverse interpretazioni, se ottieni l'ambiguità, la pluralità di senso, sei il più grande degli scrittori. Infine fai la cosa più ovvia: ti rileggi cercando di sdoppiarti, di raggiungere un minimo di obiettività, e comprendi alcune cose. Che si legge a cominciare dal media. E poi dall'intestazione (diario degli Scrittori, cioè qualcosa che deve avere una valenza letteraria, mica un diario e basta) e poi, magari, da quello che si sa dell'autore (in questo caso, per esempio, sapere che hai scritto un pezzullo sul diarismo). E, rileggendo, tu stesso percepisci ANCHE quello che gli altri ci hanno trovato. E che probabilmente continueranno a trovare perché anche quello che scrivi potrebbe essere la continuazione del gioco.
E soprattutto ti rendi conto che probabilmente hanno ragione, che la tua ingenuità era finta, che sei più mascherato quando fai il semplice. E che si bara sempre, anche nei diari più intimi, quelli con la serratura (che poi si ha sempre voglia di farla trovare a qualcuno, la chiave, come in quel romanzo giapponese). E che lo scrittore è completamente divorato dall'autore, sostituito dalla Voce narrante, ormai inevitabilmente ironica e metaletteraria anche nel più freddo degli articoli, anche nel più utilitaristico dei messaggi SMS.
Niente di quello che dico è veramente nuovo ma ci sono momenti in cui di certe cose hai una percezione forte, e poi non devo star mica a presentare originali osservazioni come in un saggio: un diario è fatto anche dalle banalità che passano per la testa. O no? E se no, da cosa è fatto esattamente un diario? Cosa si chiede al diario di qualcuno? Cosa mi si chiede? E chi me lo chiede? L' "editore di riferimento", cioè chi mi ha gentilmente ospitato? I lettori muti? I lettori "attivi"? E a me cosa interessa fare? Cosa voglio che sappiate? O che non sappiate? Cosa, soprattutto, mi diverte fare?
Probabilmente l'atteggiamento giusto è quello di chi vuol raccontare la giornata a un amico.
E che dire a un amico della serata di ieri? Che ho ritrovato amici, innanzi tutto. E che altri, incredibilmente, non li ho visti. Che non ho la minima idea di come sia andata la serata. Se siamo riusciti a non annoiare la gente, che era l'obiettivo minimo. Che dopo, davanti a un ottimo Salice Salentino (della Cooperativa Sociale di San Donaci, da non crederci, Malatesta, davvero una magnifica sorpresa) cazzeggiando con Franco e (tra gli altri) Michelangelo (Zizzi) su coito orale e declino dell'Occidente, poligamia e antidepressivi, sono riuscito a non chiedermi a cosa servano queste manifestazioni. Che un po' più tardi, grazie alle affettuose e sanguinose critiche della compagna della mia vita, sono stato costretto a chiedermelo. Che adesso non ho voglia di continuare a chiedermelo, anche se prima o poi dovrò seriamente chiedermelo.
C'era, tra gli aforismi che Franco ha letto ieri, un quadretto su un poeta, uno tra mille, anzi tra un milione, e sulla madre, che dopo la prematura morte di lui aveva raccolto le poesiole in un libricino che, da direttrice dell'ufficio postale, consegnava agli utenti. Ho detto a Franco che il nostro dramma è di non avere, almeno, una madre direttrice dell'ufficio postale. Che la sorte del poeta è largamente condivisa: i nostri (e non solo) libricini, specie in Puglia, non hanno altro futuro che non sia quello dell'essere appioppati a tradimento.
E c'era, nel dattiloscritto che aveva davanti, una frase che avrei voluto leggesse in chiusura:
a un certo punto vengono solo virgole
Ma non è nella mia natura (nella mia natura di scrittore, almeno, cioè nella maschera) chiudere su toni pessimistici. Occorre perciò fare un passo indietro. Ai giretti che ho fatto fare a Franco. Al suo trasalimento quando, per dirla alla Fossati, dopo un curva, improvvisamente il mare (inteso come conca di Sant'Isidoro) per non parlare della masseria "messicana" con lo strepitoso muraglione a secco sopra Porto Selvaggio. O, molto semplicemente, dei chilometri di comunissima (per noi) campagna non edificata. Di quella mostra all'aperto di sculture moderne costituita dagli ulivi secolari di Serranova, vicino al parco naturale di Torre Guaceto. Al suo apprezzamento per le persone che ha incontrato, compresa la mia mammina. All'idea che si è fatta di un Sud ancora salvo. Di gente, qui, in questo sud orientale, che lo porta a sperare, dopo il disperare del "suo" sud. Ho dovuto riflettere su quanto leggermente io parli del degrado del nostro territorio, per lui ancora vergine. Ma ho anche dovuto smorzare le sue speranze facendogli notare che le persone che più lo entusiasmano sono persone non giovani, che fanno soprattutto conservazione. Resistenza. Monachesimo. Chiudersi nelle torri per tramandare. Difendersi dai vandali. Ma ha ragione lui: tutto questo non è cosa da poco. I giovani verranno. Pare.
Commenti
GiusCo ha scritto: caro Paoloni, la Puglia non è messa affatto male, a scrittori, e neppure ad enoteche: molta varietà per tutti i gusti. Siamo messi un po' peggio ad uffici postali, ché quelli chiudono uno dopo l'altro, e arrivano solo bollette. Stia bene
Elio Paoloni ha scritto: No, no, non arrivano neanche quelle, a Latiano. O meglio arrivano già scadute.
emma ha scritto: Preciso: io sono l'EMMA del commento sul "Book safari" (il tuo pezzo su Nazione Indiana), ma non so chi sia l'EMA che è intervenuta(o) qui. La cosa certa è che non siamo la stessa persona. Spero che questo non ti complichi troppo il quadro interpretativo :-
emma ha scritto: Riguardo al mio commento su NI: volevo dire che i resoconti e i diari di viaggio (tutti, non solo il tuo) - in particolare se si presentano come puntuali, oggettivi e impersonali - mi fanno immediatamente volgere lo sguardo sull'autore. Mi spingono a cercare l'autore che vorrebbe restare in secondo piano, che mira a mimetizzarsi o addirittura a nascondersi.
livio ha scritto: ah, Elio. Una volta una signorina scrisse a Galimberti. Hai presente quella rubrica che tiene sulla Repubblica delle Donne? Beh, sì, dove si diverte a fare il profondo con le donnine metropolitane radical chic. Beh, diceva, l'Umberto, alla signorina: cara mia lascia perdere. Con gli scrittori, così come con il resto degli artisti, non si cava un ragno dal buco. Ché loro una donna solo amano: la loro arte. Prendi pure tutto quello che ti danno, e tienitelo stretto. Ma non chiedere di più. Più o meno così, lo psicanalista. Ora. A parte che è discorso tutto da "sviscerare" (verbo inesistente nella vita reale, scriverebbe Bennet) se la narrativa sia arte o meno. Secondo me è quasi sempre artigianato. Qualche volta artigianato sublime, certo. Ma pur sempre un'attività più da sgobbimento, da traspirazione, che da intuizioni eteree. Vabbè. Il discorso, lo sappiamo bene, è molto complesso.
Ma metti pure che anche gli artigiani non amino che la loro arte. Come la mettiamo con gli artigiani a mezzo tempo? Cosa dico? A un quinto di tempo. Un decimo. Inattivo, si dichiara perfino Caliceti. Cosa fanno? Amano per un decimo? Non sto scherzando. Son stato di recente all'estero per una settimana intera. Non avevo contatti con nessuno se non la sera, quando tenevo queste "conferenze". Per il resto scrivevo e scrivevo. Senza compagne di una vita che ti rimbrottano la boria di organizzare letture pubbliche per pavoneggiarsi in paese. Senza amatissime figliole che giocano sotto alla tua scrivania mentre cerchi un aggettivo sui vocabolari. Beh, Elio. Ho riletto dopo mesi quella roba. E' senza ombra di dubbio la parte migliore del mio romanzo. Dove voglio andare a parare? Pensi che io stesso lo sappia? Durante la Biennale giovani di Torino del 2000 (il cosiddetto BIG), ho conosciuto un giovane scrittore finlandese che era pagato dallo Stato soltanto per continuare a scrivere. Avrà superato un esame? Si sarà iscritto in un albo? Non lo so. Ma questo mecenatismo moderno che solo le socialdemocrazie del Nord riescono anche solo a immaginare: mi fa impazzire d'invidia. Ma d'altro canto ti immagini una roba del genere in Italia, a Nardò, a Brindisi, a Crotone? Ti immagini il deputato che ti raccomanda per uno stipendio da scrittore? Bhrrrr, Elio. Mi vengono i brividi. Preferisco la nostra vita prosaica da impiegati del catasto da salumieri mestri di scuola maestri di judo, e quella strenua lotta per rubare tempo alla vita, agli amori, alla carriera, rubare rubare e nascondersi schermarsi dietro a un pc e mettersi araccontarla, quella vita, quegli amori, quella carriera. Boh. Dai, amigo, ché domani è festa.
Elio Paoloni ha scritto: Sì, questo era abbastanza chiaro, ma sembrava che ti fossi fermata prima di dire cosa avevi compreso di particolare. A ogni modo, non so gli altri, ma io non faccio nulla per nascondermi. Sono consapevole che la falsa asetticità con cui mi concentro sugli oggetti è la mia cifra e lascia trasparire perfettamente passioni e idiosincrasie, che poi è quello che amo nei pezzi altrui.
Malatesta ha scritto: Scusami, caro Paoloni, se ti ho affibbiato intenti decostruzionistici che in realtà non avevi. Ma, come tu stesso hai notato, tutti i tuoi interventi, non solo l'ultimo, sembravano andare in questa direzione: dal "Diario?" iniziale con tanto di punto interrogativo, alle note sull'intimismo di Santi, al minimalismo di "Oggi niente da annotare. Cos'è, vi scandalizzate?", al cerimonioso "Gentili lettori, gentili lettrici, gentile gestore", con tutto il resto, per chi ti ha sentito fare certi discorsi su web, blog e diarismo poteva sembrare che tu volessi, in un certo senso, smontare un po' 'sto coso, andare controcorrente. Invece, a quanto pare, ho frainteso, e tu vuoi tenere come hai dichiarato (è la prima volta che ti sento dichiarare qualcosa e poi eseguirlo alla lettera, senza sarcasmo, autoironia, segno che ti sei preso molto sul serio, cosa che non fai spesso e che probabilmente mi ha indotto all'errore), dicevo, vuoi tenere come hai dichiarato un diario normale, tradizionalissimo (più che legittimo) ...
Poi, quanto ai discorsi sulla scrittura e sul poco tempo da dedicarle, mi pare abbia ragione Livio Romano, soprattutto riguardo alle sue notazioni finali. A parte che il mecenatismo comporta la dipendenza dal mecenate e se ti fa produrre opere esteticamente di rilievo, secondo me nuoce gravamente alla salute e piena libertà di pensiero (bisognerebbe leggere la poesia di Tony Harrison in cui rifiuta di essere nominato "poeta laureato" dalla regina d'Inghilterra perché vuole rimanere libero di criticare Blair, la monarchia inglese e tutto il resto, perché a fare l' "accalappiatopi" di sua maestà - scrive - si finisce, bene o male, col puzzare di ratto). Poi, a essere stipendiati dallo Stato, secondo me si diventa dei "figli di papà" letterari, ci si imborghesisce culturalmente, certe problematiche o tematiche sociale escono naturalmente dal nostro orizzonte visivo e mentale. E infine, fare letteratura come hobby o come lavoro, comporta una gran mole di differenze, per cui chiudo citando il finale di dialogo tra il critico e scrittore Piergiorgio Bellocchio e il giornalista che lo intervista e, infine, gli chiede:
- Potremmo darci del tu? - No. - Non capisco... Non siamo forse colleghi? - No. - Ho capito: non sarei alla sua altezza... - Non ha capito. Lei è convinto di fare un lavoro, io no.
P.S. Ah, piacere Livio (e allungo la mano accennando un sorriso tra lo spigliato e l'imbarazzato)
Elio Paoloni ha scritto: Non avevo visto il commento di Livio quando ho postato il mio: nel mio messaggio precedente, quindi, mi rivolgevo a Emma (non so se si è capito e sarebbe interessante sapere se s'era capito o no).
Ma quali scuse, Mala! Io sono felicissimo di questo fraintendimento che poi fraintendimento, in fondo, non era: cosa c'è di più critico, in fondo, di uno sciopero bianco, cioè dell'attenersi alla lettera del "regolamento"? Piuttosto mi offendi quando dici che (questa volta) mi sono preso sul serio. Io non mi prendo MAI sul serio, il che non vuol dire che non prenda sul serio il mio artigianato. Troppi, purtroppo, prendono sul serio innanzi tutto se stessi, illudendosi di prendere sul serio la letteratura. Forse, allora, come dice Livio, meglio essere solo prestati alla letteratura. "Mi occupo d'altro io" diceva Hemingway.
A proposito di mecenatismo di stato, Besa ha tradotto un bel libro ucraino, Moscoviade (l'ho anche recensito sul pericolante Stilos)
WEEK END 1
Ho scritto questo pezzo tantissimi anni fa, dopo aver visto alcuni quadri di Tomasi Ferroni. Doveva forse essere l'inizio di un racconto alla Soldati, o alla Buzzati. Ma è rimasto solo questo omaggio al pittore.
BRAMOSIE
Quel giorno, per la prima volta, desiderò, un quadro. Tanti quadri gli erano piaciuti in tutti quegli anni: lo avevano incuriosito, entusiasmato, ispirato. Alcuni ormai impressi sui neuroni, a parametro d'ogni futura visione. Ma non aveva mai desiderato possederne qualcuno: erano lì, erano stati concepiti. Avevano incantato, insieme a lui, cento o centomila individui. Bastava. Una volta vibrato - da parete, foglio o schermo - il loro pungolo estetico, con lui avevano chiuso. Anzi no, restavano, nell'epoca della loro riproducibilità tecnica, e - soprattutto - dei voli last minute, accessibili a innumerevoli rivisitazioni. Coglioni i collezionisti, quei fanatici che profondevano miliardi, e spesso rischiavano galera, per chiudere in cassaforte ciò di cui tutti avrebbero potuto godere. E gli aggettivi, quella terminologia amorosa, le esaltazioni, tutto il corredo di gravi sottintendimenti e perentorie sentenze? Esagerazioni di immaturi, snobismo, bovarismo, spesso.
E adesso quella natura morta, piccola e polposa, verista e metafisica, ammiccante e frigida, impeccabile e untuosa, compostissima e scosciata. Un rettangolo che non gli suggeriva nulla, non lo invitava a giudizi, non si offriva a interpretazioni: pretendeva attenzione. Incondizionata. Continua.
Ciò che lo attraeva di più, questa almeno era la sua impressione, era la verosimiglianza, cioè la qualità che aveva imparato da lunghissimo tempo a disprezzare. "Sembra vero" era il commento dei poveri di spirito, le prime parole da espellere dal frasario. Ora quei pesci, quell'arancia, chiedevano di essere mangiati, gongolavano per l'antica sfida.
Non c'era solo questo nel quadro: intuiva qualità compositive e concettuali, sospettava citazioni e sarcasmo. Al momento, però, il dipinto sfuggiva a qualsiasi analisi, anche la più immediata: se si avvicinava al dipinto per distinguere la pennellata, valutare l'impasto, insomma svelare il trucco, non riusciva che a cogliere un maggior numero di particolari. Come se stesse accostandosi a oggetti reali, che da vicino acquistano più corposità. Il muco brillante dei cefalopodi sembrava estendersi a tutti gli altri oggetti, patinandoli di inafferrabilità, rendendoli più impudichi. Lo sfondo, inquietante nella sua finta opacità, costituiva l'elemento più corposo, non aura ma odore, essenza orgonica più che pigmento.
Lo esortarono ad apprezzare l'opera sulla parete opposta, un'enorme tela suggestiva dello stesso autore, ma riuscì appena a guardarla, sfuggendo per qualche attimo all'attrazione principale come un ago magnetico distolto dal polo per il passaggio di una massa ferrosa.
C'era anche, sulla parete laterale, un disegno dell'artista, poco più che uno schizzo vibrante sul fondo bianco, una piccola, magistrale figura distesa: ma la usò solo per riposare gli occhi e poter riprovare la gioia dell'incontro. Nello stesso modo aveva dovuto distogliere lo sguardo, da ragazzino, alla vista del torso nudo della servetta dei dirimpettai: inquadrata nella sua stanzetta da una finestrella, come su uno schermo, la tozza ragazza biondastra che lui occhieggiava da parecchio tempo si era sfilata la maglia bruscamente, volgendogli il fianco, proprio mentre lui si avvicinava al parapetto della terrazza. Non aveva retto alla grazia inaspettata e quando, dopo aver errato sulle rondini che si avventavano stridendo verso i lampioni inutilmente accesi prima del tramonto, gli occhi si erano riportati cautamente sul quadrato illuminato dalla nuda lampadina a incandescenza, quella era già coperta.
Pressato dagli amici, proseguì. Ma alla prima sosta ruotò silenziosamente su se stesso e ritornò al suo quadro che, in modo ormai più sfacciato che sornione, lo sfidava ad allontanarsi. Voleva strappare quel quadro dal muro e portarselo via, stretto al fianco. Non gli passò neanche per la testa che si potesse chiedere quanto costava e comprarlo E non solo perché non aveva i soldi per acquistare un quadro d'autore (che poi, magari, non costava neppure tanto - sì, la galleria era tra le migliori, ma per un pittore così normale, così poco post-qualcosa, le quotazioni non dovevano essere tanto alte) ma perché una cosa così si può solo conquistare, predare.
WEEK END 2
RELATIVISMO
Ho riletto Paolo il caldo. Con lo stesso piacere del primo approccio e con rinnovata ammirazione per lo scrittore (ma anche per il pensatore,Fino al compimento dell'"inorganico". Siamo di fronte a un'esasperazio non inferiore, forse, a un Camus o a un Grenier). Stava per attivarsi l'automatismo che mi spinge a promuovere, su qualsiasi bollettino o forum in cui riesca a infilare inchiostro o bit, la lettura dei grandi caduti nel dimenticatoio. Poi mi sono bloccato: ho compreso che proprio le pagine che mi colpivano fortemente sarebbero risultate prive di senso: Brancati parla degli anni trenta ma è come se si parlasse del primo ottocento. E' come leggere un classico, come leggere Verga: si comprende che quel mondo è esistito, la suggestione dell'opera ti fa illudere per qualche momento di entrarci (come si entra dentro il film nei baracconi Universal studios) ma sai benissimo che è un mondo alieno. Non è stato necessario che mi calassi nei panni di un ragazzino: mi è bastato calarmi in quelli di un quarantenne. Dieci anni bastano e avanzano per essere completamente fuori da un mondo. Ma non è soltanto questione di età: un novantenne di città avrebbe le stesse difficoltà a identificarsi in certi personaggi. Giorni fa, in una macchina carica come un veicolo contrabbandiere (avevamo proceduto, con "zirri" di adeguata capacità, alla sacrosanta provvista annuale d'olio d'oliva) commentavo col filosofo Fistetti l'assurdità del nuovo regolamento che impone la vendita di olio in contenitori di capacità non superiore ai cinque litri. Ma questi burocrati CEE si rendono conto che comprare tutti i recipienti necessari alla nostra provvista da un quintale (rigorosamente autunnale, che dopo l'olio è meno buono) comporta un esborso suppletivo di una quarantina di euro a dir poco? Lo sanno che facciamo parte della civiltà dell'olio? Poi ho pensato che forse la civiltà dell'olio esisteva ancora per noi di campagna, ma si era fermata a Japigia: in un condominio, nei piccoli appartamenti di città al decimo piano, non c'è mai stata la possibilità di trasportare e stipare due recipienti da mezzo quintale. Che ne sanno, lì, del nostro modo di vita?
Sto cercando di spiegare perché mi è difficile percepire la povertà dichiarata dai recenti dati Istat (una persona su quattro, in Puglia).
Quand'ero bambino in molte case i servizi igienici erano costituiti da "fosse": buche nel cortile. Non sono in grado di stabilire quando esattamente c'è stata la disponibilità di carta (di giornale, s'intende) sufficiente per abbandonare la pezza con cui tutti i componenti della famiglia (ed eventuali ospiti) si pulivano le parti intime. L'acqua corrente era in strada, sgorgava dalle stupende fontane di ghisa marchiate col fascio che un'incuria criminale ha lasciato scomparire. Chi lavorava in campagna, allora (parlo dei primi anni cinquanta in un paese di Puglia) non era mezzadro, o coltivatore diretto, o bracciante. Era villano e basta, con le stesse guarentigie di un servo della gleba di chissà quando, di chissà dove: un bambino di sette anni che abitasse nella strada dei signori veniva chiamato anteponendo il "Don" al nome. I medici e le medicine non erano certo per tutti. Quei contadini, anche quelli iscritti al Partito, non se lo sognavano neanche di notte il tenore di vita dei loro figli, e soprattutto dei loro nipoti, ai quali, per quanti sforzi facciano alcuni professori e qualche volenteroso anziano, è impossibile trasmettere la memoria di tutto questo, il colore di un mondo in cui non esistevano neanche le parole per l'amore, l'altruismo, la solidarietà, i diritti. Questi nipoti sono su un altro pianeta: potrebbero avere anche le orecchie a punta per quanto sono diversi. Ecco: non credo che nel nord dell'Italia o anche in certe città del sud il salto all'opulenza attuale possa essere stato percepito così nettamente.
Qualcuno riderà di questa memorialistica da quattro soldi: che c'entra, la povertà è relativa, va considerato il contesto, ci sono criteri di valutazione precisi, tanto precisi che la cifra esatta della povertà noi non te la diamo mica arrotondata, mica ottocento, o ottocencinquanta, ma al centesimo: ottocentoventitrevirgolaquarantacinque euro. Sembrano proprio seri questi accorti funzionari, con i loro bravi decimali. Peccato che io sappia da dove saltano fuori certi numeri: anni fa volli partecipare a un censimento, come rilevatore. Vissi episodi indimenticabili. Entrai in una casa nuova, in periferia, con mobili completamente neri adagiati su quattrocento metri quadri di marmo bianco. Il residente dichiarò di essere disoccupato e nullatenente, la moglie "andava a giornata" (trenta, quaranta giornate). Ma anche la moglie di un primario ospedaliero, un notissimo chirurgo membro del Rotary risultava tra le "braccianti". E quante ne ho viste di "braccianti" con delicate, lunghissime unghie. Uno su quattro è una bufala, insomma. Ma una su quaranta, o su cento, sì, di famiglie povere. Povere come? Soglia monetaria a parte, qual è l'emblema della povertà? Sul quotidiano di ieri un povero, scelto come esempio, dichiarava che le ristrettezze lo avevano costretto a smettere di fumare (ma di questo si rallegrava, giustamente) e a una dieta davvero mediterranea: la carne solo di domenica. La carne di domenica è stata l'aspirazione frustrata di migliaia di persone per decenni. Un "se potessi avere" cantato ogni giorno. Questa povertà è quasi la realizzazione di un sogno. Bestemmi: tutto è relativo.
Non è vero. La povertà non è un valore relativo. E' un assoluto. Ho fatto in tempo a sentirne l'odore.
WEEK END 3
Questo articolo è già stato pubblicato (su Stilos, 13 gennaio 2004, con altro titolo) L'INSOSTENIBILE LEGGEREZZA DEL CORPO Dopo aver curato insieme a Silvio Perrella L'estate e altri saggi solari di Albert Camus (Bompiani 2003), Caterina Pastura ha proseguito il suo lavoro di pescatrice di perle, curando per la messinese Mesogea due opere di Jean Grenier: Isole e Ispirazioni mediterranee. Per essere conseguenti, trattandosi di tesori mediterranei, bisognerebbe dire pescatrice di corallo, il rubrum, l'inarrivabile corallo rosso del Mediterraneo. Perle o coralli, si tratta di pagine che fanno entrare immediatamente in vibrazione, per simpatia, noi del Mezzogiorno. E' il fascino del pensiero meridiano, di cui molti vanno rimarcando l'attualità: il gusto dell'interrogazione metafisica e le risorse del comico opposte al pensiero "freddo" utilitaristico, carico di urgenze delle cultura adulte e tragiche: "Ci sono ingegni che vanno dritti alla loro meta... Ammiro la punta di queste intelligenze che niente smussa. Malgrado tutto non posso seguirle... il loro itinerario sicuro li conduce solo a una semplificazione" (Grenier).
Quello meridiano è un pensiero non lineare, duttile, lento (curioso che quella stessa lentezza venga rivalutata da uno scrittore ceco come Kundera, per affinità di natura certamente non geoclimatica). Un pensiero che nasce dalla riscoperta del corpo: "a viver così vicini al corpo e col corpo, ci si accorge che esso ha una psicologia sua propria". Per Camus il corpo non è un veicolo neutrale: partecipa al pensiero, anzi lo determina. Avendo trascorso l'infanzia su "immense distese di melma e fango" (le rive bretoni dell'Oceano, che corrode i corpi come "statue di bronzo che hanno dimorato a lungo in mare") Grenier non aveva potuto riappropriarsi davvero della fisicità.
Per il suo "spirito roso", approdato troppo tardi al Mediterraneo, il corpo restava un'aspirazione. Da coltivare nei dipinti e nella statuaria greca e romana o, più direttamente, nella gaia animalità delle popolane e dei forti giovanotti di Trastevere ("che gioia scrollarsi come un cane all'uscita dall'acqua, dopo tante chiese, musei, monumenti e curiosità"). Da pensare come misura: "Lo spazio? E' la curva di una spalla, l'ovale di un viso. Il tempo? La corsa di un ragazzo da un capo all'altro di una spiaggia". Grenier godeva della luce "che a Orano crea da sola tutto il paesaggio" ma non ne era imbevuto, si limitava a contemplarla. Il Mediterraneo, questo mare dagli orizzonti netti che inchioda al corpo, il suo allievo Camus l'aveva avuto in sorte subito: "cadere nella sabbia, abbandonato al mondo, rientrato nella mia pesantezza di carne e d'ossa, intontito di sole, con uno sguardo, di tanto in tanto, alle braccia ove la pelle, asciugando scopre, quando l'acqua scivola via, la peluria bionda e il polverio di sale". Solo questa fisicità, che passerà nella canzone d'autore anni sessanta, poteva dargli "l'orgoglio della sua condizione di uomo". C'è anche un tempo, poi, per creare, perché "la bellezza isolata finisce per fare le grinze", ma il pensiero risulta un'applicazione della pienezza del corpo. A volte viene rifiutato, come un optional: "che bisogno ho di parlare di Dioniso per dire che mi piace schiacciare le bacche del lentisco sotto il naso?". La riappropriazione del corpo, dunque, all'origine del pensiero meridiano.
Eppure Brancati, altro grande scrittore "solare", pensa che il corpo si opponga al pensiero. Nella dicotomia delineata in Paolo il caldo, il corpo distoglie non solo dal pensiero razionale, come vogliono i due francesi, ma anche dall'attività creativa: nella persona del barone Paolo Castorini si combattono due contrapposte forze ereditarie, l'intelletto e la sensualità. Quando (sempre) prevalgono i geni della sensualità, Paolo non può - letteralmente - pensare. Un appartamento vuoto non lo invita allo scrittoio ma al letto: le opere dell'ingegno gli sono precluse. Brancati (come già Camus: "Non lo sappiamo bene, noi uomini del Sud, che il sole ha la sua faccia nera?"), ha avvertito il lutto dentro il candore più abbacinante che esista: "nonostante la sua intensità, o forse a causa di questa, la luce del sud rivela nella memoria una profonda natura di tenebra... e quando si dice ch'è accecante si vuole forse alludere... a certi guizzi di buio... a certi squarci sulla notte cupa". E dalla "ripresa buia" di quella luce "dalla quale derivano apprensione e lussuria" l'uomo del Sud viene confinato nel corpo "fino a sentire l'ala della stupidità sfiorargli il cervello".
Il pensiero non è meridiano, prospera nelle brume, è roba per gente "sempre abbottonata fino al collo" (così vede Camus i popoli del Settentrione, senza lasciarsi ingannare dai "noiosi sermoni dei naturisti, questi protestanti della carne" ben diversi dagli algerini che, semplicemente, stanno "bene al sole").
Ma Carmelo Bene ci ha ricordato che noi non "abbiamo" un corpo: "siamo" un corpo. Il corpo è quindi, ovunque, unica fonte del pensiero. Singolare proposizione. Abnorme. Infatti la naturale conseguenza di questa concezione non sta nello sforzarsi di pensare, ma nell'evitarlo. Il compito del più mediterraneo dei corpi, quello salentino, è il "depensamento". "Essere finalmente il più cretino": quello che per l'ultimo Brancati era minaccia, per Bene è il percorso della salvezza. Fino al compimento dell'"inorganico". Siamo di fronte a un'esasperazione o a un capovolgimento delle precedenti intuizioni meridiane? Questo pensiero così aereo, in lega leggera, è davvero destinato a tramutarsi in piombo (il piombo non ancora ossidato splende allo stesso modo dell'alluminio) e a sprofondare nel mare nostrum?
WEEK END 4
Anche questo è stato pubblicato ma lo trovo perfetto per una lettura festiva
ZOCCOLI La vicenda dei passi delle donne afgane, che andavano incontro a spaventose punizioni per un rumore men che felpato sembra una leggenda metropolitana. Ma perché dubitarne, se ci è sembrata plausibile la soppressione degli aquiloni? Un vero letterato sarebbe volato col pensiero a Valéry, a quei suoi versi intimi e sensuali ma dal lessico perversamente fondamentalista: I tuoi passi, figli del mio silenzio / Santamente, lentamente posati/ Verso il letto del mio vegliare/ Procedono gelidi e muti./ Persona pura, ombra divina/ Come sono dolci, i tuoi passi trattenuti!/ Dei!... tutti i doni che indovino/ Vengono a me su questi piedi nudi!
E invece a ritornare sull'istante alla mia memoria è stato qualcosa di molto meno elegante: gli zoccoletti della consorte (cinematografica) di Alberto Sordi. Quel film sulle sudate (in ogni senso) vacanze dei poveracci in Costa Smeralda, l'indimenticabile scena in campo lungo dell'avvicinamento all'hotel. Nel silenzio, il costosissimo silenzio da agguato degli eremi mondani, il cic ta tac della burina diventa sinesteticamente visibile. Assume la penetrazione bronzea delle campane, è la campana della fede mediterranea nel ciondolare ciabattando, l'inno panico alla controra. Dall'intollerabile volgarità di quel suono, il portiere può decidere - già prima di focalizzare i faccioni, l'accento, i bagagli, degli impertinenti - che non ci sarà mai posto nel suo albergo per quella gente. E mentre gli intrusi sostano, più per stanchezza che per speranza, ecco che arriva lei, la Principessa, drappeggiata in veli semitrasparenti. Naturalmente senza alcun rumore. Come potrebbe far rumore? E' scalza. Il massimo della raffinatezza: il silenzio nell'incedere. E tutte le certezze della moglie del metalmeccanico crollano di colpo: non è solo il fiorellone di plastica che decora i suoi zoccoletti a diventare un inutile ingombro ma la calzatura stessa.
Certamente i talebani non sono degli snob infastiditi dalla volgarità dei ciabattii. Ma sia la tragedia afgana sia la commediaccia, per non parlare di Valéry, ci dicono che il rumore dei passi di una donna non è cosa irrilevante. Troviamo assurdo che i talebani ravvisino la trasgressione nel rumore di un passo, dimenticando che le nostre nonne coprivano le gambe dei tavoli e non le nominavano perché pensieri peccaminosi non turbassero le sacre pareti domestiche. E se non posso comprendere il comportamento dei fanatici, comprendo perfettamente il loro turbamento: c'è qualcosa di più provocante del ticchettio dei tacchi a spillo? Forse sì: quella leggera sferzata, il tocco intimo, appena umido, della suola di una scarpa aperta contro il tallone femminile. Un suono che noi, ormai, non possiamo più distinguere ma che gli afgani, nel silenzio degli altipiani, senza motori, senza televisori, avvertono distintamente. Non potendo, per decreto divino, adorare feticci, inclinano al fetish. E, spaventati dalle loro inclinazioni come vittoriani, si scagliano contro le tentatrici.
MA SI'
Lo ammetto: mi ci stavo affezionando. Che piacere raccontare i fatti tuoi alla gente, di solito non si riesce a farlo: la gente ha da fare, e pure tua moglie non ha tanta voglia di starti a sentire. Qui un po' di ascoltatori li catturi, possono anche scappar via presto però un occhiata la danno. E' per via dell'investitura: blog dei poeti e degli scrittori. Non è come quando a raccontarti i casi suoi è quel Paoloni lì, il collega, o vicino di casa.
Buona parte del sabato l'ho passata nella casina di campagna con l'Uomo Scimmia, Roberto. Il nome vero non lo so, ovviamente. La prima cosa che fanno gli albanesi quando arrivano qui è cambiar nome, come se stessero entrando in monastero o convertendosi all'Islam: hanno imparato che i miei compaesani hanno la straordinaria capacità di storpiare nomi normalissimi, anzi non si prendono neanche la briga di storpiarli, usano direttamente il soprannome, la 'ngiuria. Così, invece di godere del suono bellissimo e nuovo di nomi come Vlasci o che so io, mi ritrovo a colloquiare con gli Alberto, i Roberto, i Giovanni. Roberto è bello, atletico, ma non è questa la sua peculiarità. E' uno che sembra nato sugli alberi, fa pensare ai boscimani o all'eroe di Calvino. Molti sanno muoversi bene sugli alberi, qui, il mestiere di potatore è sempre stato uno dei più qualificati e richiesti, specie per la potatura degli ulivi. Ma Roberto sa arrampicarsi su una canna. La velocità con cui arrampica, brandendo la motosega accesa, incanta: sembra che cammini sulle foglie, o sugli aghi di pino. Levita, praticamente. Le prime volte, quando un albero mi sembrava troppo sottile, o con la chioma troppo fitta, o con i primi rami troppo alti da terra, gli proponevo: vado a prendere la scala? Sì, sì, ci vuole, rispondeva lui. E quando tornavo con la scala lui era già in cima, ridacchiando.
Ma l'agilità non va a scapito dell'energia: la pesantissima ascia a due tagli con manico metallico lui la può far volteggiare all'infinito.
Con nessun italiano mi era successo di sentirmi così vecchio e pesante, men che mai con i giovani.
From: Ron Kubati To: Elio Paoloni Sent: Wednesday, May 05, 2004 6:33 PM Subject: sito Caro Elio, perennemente sbattuto, sono riuscito a leggere il sito da te indicatomi soltanto oggi. Certo, tu non sei lo scrittore della settimana, ma l'archivio (beffardo!!) regala immortalità. Ho appena sbirciato e mi prometto di approfondire successivamente. Io corro invece di andare in bici e, spesso, quando non so come c... continuare e risolvere gli episodi, trovo soluzioni tra le strade di campagna. Invece riguardo agli albanesi: hai azzeccato qualcosa di significativo. Da noi, negli anni settanta, ci fu un ricambio drastico di nomi. Da padri mussulmani (subentrati tardi nella storia della penisola) nacquero figli con nomi occidentali. Il comunismo da quelle parti fu anche una specie di soluzione modernizzatrice al bilico eterno dei balcani. Almeno in Albania. Quindi Roberto si chiama quasi sicuramente Robert(già occidentale quindi). Solo una innocente "o". E' un nome da noi molto diffuso. Concordo, è un nome elegante. a presto Ron
Elio Paoloni ha scritto: No, no, i veri nomi di Roberto e altri li ho sentiti: in questo caso l'occidentalizzazione ha colpito dopo lo sbarco. Stammi bene. Elio
CARO DIARIO, ANZI CARI LETTORI
Soffriamo di questo strano morbo che ci fa scrivere dei "problemi", affrontare le questioni, letterarie o geopolitiche che siano. Oh, sì, anche di piccoli fatti di vita (purché siano abbastanza dolenti o aperti a riflessioni edificanti). Mai della vita normale, cioè quella piacevole (perché la vita di noi occidentali, se appena uno è onesto con se stesso e ha quel tanto di serenità e di cervello necessari a GUARDARE, permette molte piacevolezze). Vero che è più facile aprire Word perché indignati, oppressi o chiamati in causa. Ho già detto di come star bene, a volte, non stimoli per nulla il grafomane.
C'è qualcosa però che può essere piacevole e stimolante insieme. Oggi ho fatto sessantacinque chilometri in bici, col sole e i fiori e gli odori di queste contrade. Che dire? Rialzarsi ogni tanto, alzare le braccia e scuoterle per sgranchirle guardando una fetta più ampia di panorama, sentire il sangue che circola sapendo che circolerà ancora per un poco, una di quelle minuscole (minuscole?) gioie sulle quali certi francesi costruiscono best seller.
Oggi eravamo in gruppo, come sempre di domenica, perciò c'erano molte cose a cui badare, ruote da seguire o da evitare, salite che non puoi permetterti di fare col tuo passo, battute a cui replicare. Ma quando esco da solo le pedalate azionano anche le ruote dentate nella testolina e mi danno il ritmo per i pezzi che vagavano per la mente.
Sul suo sito Mauro Covacich ha descritto bene la relazione tra moto e letteratura: dopo le sue sgambate di lungo corso, si siede al pc e le pagine vengono fuori. A lui vengono fuori capolavori come "A perdifiato", a me, di solito, piccoli pezzi polemici, giornalistici (vedi il vantaggio della maratona?).
Credo sia tutto. Non so chi seguirà ma tra i prossimi dovrebbero esserci Franco Arminio e Livio Romano che, ne sono certo, ci delizieranno.
Baibai
sergio ha scritto: Caro Elio, sono arrivato buon ultimo, in chiusura di domenica.
Sono dieci giorni che me ne sto chiuso in casa con mia figlia che ha una brutta bronchite e la testa a me non funziona più. Sì, l'idea di scrivere, insieme a quella di muovermi, è fra le più risapute e riconosciute, forse scontate, del mondo delle lettere. Però, se la testolina si atrofizza per troppo tempo, credo che nulla serva a farla rinascere. A parte, probabilmente, per chi si ostina a scrivere costi quel che costi. A me, appena la bimba si rimette, servirà una settimana di camminate per la città, senza pensare, senza guardare, senza leggere o ascoltare nulla. Solo i piedi sull'asfalto e qualsivoglia tempo meteorologico sulla faccia. Alla fine può darsi che mi rimetta a scrivere e leggere e scrivere di quello che leggo.
Saluti.