Palomar

Nell'estate del 2003 il Corriere del Mezzogiorno chiese agli scrittori pugliesi di scegliere un romanzo famoso e dal suo incipit costruire una storia ambientata nella nostra regione. Io scelsi Palomar.
Il mare è appena increspato e piccole onde battono sulla riva sabbiosa. Il signor Palomar è in piedi sulla riva e guarda un'onda. Non che egli sia assorto nella contemplazione delle onde. Da diverso tempo si occupa di un altro fenomeno naturale, portando avanti le sue osservazioni molto freddamente (benché l'avverbio non sembri il più adatto date le condizioni climatiche nelle quali i rilievi possono venire effettuati e la natura stessa degli accertamenti). Di sicuro le indagini sono state condotte con acribia, con quella serietà e affidabilità che permetterebbero di considerarle, con appena qualche formalità in più, attuate scientificamente. Ambito della ricognizione: le spiagge del Tarantino (includendo tra le spiagge alcune zone balneari non propriamente sabbiose). La scelta non è casuale: queste spiagge da golfo, distese per chilometri davanti a un mare caraibico, sono interessate da migrazioni di entità romagnola. Non solo, dunque, selvaggina stanziale ma un campione che comprende una percentuale molto alta di esemplari italici o europei, con notevoli apporti di trasvolate transoceaniche.
Qualcuno potrebbe obiettare che il suo approccio non ha nulla a che vedere con una scienza vera come l'Antropometria (disciplina che il signor Palomar sente molto vicina) e si inquadra tutt'al più nell'Estetica. Gusti, insomma, opinioni. Cose di cui, proverbialmente, non si può disputare. Macché, sciocchezze, egli sa di avere dei gusti, fin troppo precisi e individuali, ma vi sono caratteristiche di tale ovvietà che la comunità, nella sua schiacciante maggioranza se non nell'interezza, non può non considerare, oggettivamente, positive o negative. Va detto che l'ipotesi era maturata per le strade del mondo, nei locali e nelle case, dove solo la sua capacità - comune agli autori delle grandi scoperte - di superare gli schemi dell'abitudine e, soprattutto, gli schermi delle apparenze, gli aveva permesso di gettare le basi della teoria. Ma solo la ricerca sul campo - cioè sulle spiagge - poteva dare conferma alle sue perspicaci induzioni. E ora, finalmente, è in grado di scaricare sugli scettici migliaia di megabyte di immagini e filmati. Controllino loro, guardino con i loro occhi.
La donna perfetta non esiste, ovvio, ammesso che ci si possa mettere d'accordo sulla perfezione. Ma lui aveva potuto accertare anche l'inesistenza di quel genere di donna sulla cui individuazione si raggiunge quasi sempre un ampio accordo: la cosiddetta bona. All'approssimarsi lungo il bagnasciuga di gruppi femminili, capita a Palomar - e non solo a lui, si deve presumere - che lo sguardo si appunti automaticamente, anche per la trappola ottica dei costumi, sulle zone al disotto del collo delle sopravvenienti, le uniche parti evidenti in lontananza. Durante l'avvicinamento, inevitabilmente, senza alcuna lascivia e neppure intenzionalità, come se dovesse, per obbligo estetico, rintracciare nel panorama carnale le forme archetipiche della statuaria o dell'immaginario cinematografico neorealista, se non, più modernamente, le icone del fitness, i suoi occhi si soffermano su quella delle figure che più si avvicina all'ideale e la segue finché i lineamenti del soggetto non risultano, sia pure tra ombre dure e fastidiosi riflessi, leggibili.
Ed ecco che la statua si frantuma. Faccia, non piedi, d'argilla: lo sguardo viene attratto immediatamente da altri volti, collocati su corpi meno calamitanti. Tutte gli sembrano male assemblate. Sculture da ricomporre, come i reperti frantumati che vengono fuori da quello Ionio dei cui riflessi non ha goduto, immerso nel suo compito. Qualcun altro non ci avrebbe fatto caso, si sarebbe abbandonato con indulgenza al singolare fascino cubista che promana dalla somma delle grazie di certi piccoli gruppi femminili che, specie se le componenti si accompagnano con frequenza, finiamo per considerare un'unica entità. Ma il signor Palomar si era applicato scrupolosamente alla verifica e ne aveva estrapolato una legge: a corpi perfetti per forma e tonicità non si accompagna mai un volto adeguato. Per converso, i volti più belli - angelici o da letto che siano - non sono supportati da fisici smaglianti. Non che i corpi assemblati ai bei visi siano necessariamente scarsi, no, ma difficilmente non mostrano un difetto: qualcosa come un incompiutezza delle forme, o anche soltanto un epidermide non eccellente. Quando invece un corpo è - nei limiti dell'Umano (e dell'arbitrarietà dei giudici) - perfetto nelle dimensioni, nello slancio, nell'incarnato, perfino nella quantità di impercettibile peluria quasi albina che ne ricopre alcune zone (in particolare la parte terminale inferiore della spina dorsale) allora si può star sicuri che il volto denoterà qualche lacuna.
La teoria, peraltro limitata al campo femminile (il signor Palomar lascia ad altri il compito di effettuare le osservazioni sul genere maschile) cozza contro l'evidenza quotidiana della tivvì, del cinema, dei rotocalchi. Ma lui ha imparato che l'apparente normalità mediatica poggia su una faticosa raccolta delle eccezioni. E che proprio nei templi dell'eccellenza femminile, a Salsomaggiore o in consimili eventi, uno sguardo clinico può cogliere l'evidenza di questa dissociazione. Soprattutto nelle selezioni, ovviamente, dove la base è più larga. Ma perché le eccezioni (le conferme, cioè, della regola) rimanessero tali, occorreva quantificare. A questo il signor Palomar si era applicato. E quasi non ne aveva trovate, di eccezioni. Ormai quando si avvicina da dietro a un corpo provocante non si prende neanche più il disturbo di voltarsi a controllare il viso: un'altra Afrodite acefala in attesa di completamento.
Ora Palomar si trova ad affrontare un altro problema: rientra nelle sue competenze l'individuazione delle cause di questo fenomeno? Istintivamente è portato a considerarlo una sorta di compensazione, simile a quella che potenzia alcuni organi in mancanza di altri. Ma cosa compensa cosa, in questo caso? E un viso attraente, nel mondo moderno in cui il resto è coperto, denota un'evoluzione? E la bellezza di certi sguardi sopra il velo musulmano è una necessità darwiniana? Assorto in queste riflessioni alza lo sguardo verso una coppia di amiche che escono dall'acqua, due perfette eccezioni: una di incontrovertibile bellezza, l'altra assolutamente priva di attrattive. Ecco, pensa il signor Palomar, una compensazione a livello della specie.
Ma chi compensa chi, in questo caso? E a che scopo?